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Per una scuola laica
L’ora di religione in una società plurale
di Giampiero Vassallo
La nostra società contemporanea è innegabilmente segnata da pluralismo etnico, culturale e religioso. Il fenomeno della globalizzazione non riguarda solo l’economia, ma anche molti altri settori, tra cui quello delle religioni e dei problemi ad esse connessi. Viviamo anche in un’epoca di enormi mutamenti. Nell’arco di una vita si sono registrati così tanti cambiamenti che in passato avrebbero richiesto parecchi secoli. Siamo passati dalla scrittura con pennino e calamaio ai computer di ultima generazione; dalle notizie trasmesse col passaparola, alla TV, ai telefonini, ai satelliti; da una società monolitica, a un fiorire di molte religioni, culture e popoli in uno stesso territorio.
Ma un altro fenomeno si è imposto nella società contemporanea ed è la velocità che caratterizza ogni aspetto del vivere. I ritmi della vita e il susseguirsi degli eventi non facilita un processo che porti a trovare giusti equilibri individuando modalità di conoscenza e di reciproca accettazione paritaria. Sarebbe necessario, invece, disporre di più tempo per maturare alcuni cambiamenti. Il confronto tra persone di diverse origini e culture non sempre è semplice o indolore, perché gli immigrati di varie provenienze hanno dietro di loro differenti tradizioni e atteggiamenti, e si riferiscono a valori e norme diversi. Non è una cosa automatica vivere le diversità come risorsa: gli innesti, le ibridazioni anche in natura richiedono attenzione e cure particolari.
La sfida che ci si pone davanti non è solo l’eliminazione della conflittualità, ma l’armonizzazione e la capacità di includere, promuovere e far interagire delle persone con un vissuto e uno schema di riferimento diverso. Ma è necessario farlo, perché una buona integrazione garantisce la coesione sociale. Per arrivare a questo ci vuole volontà politica e culturale, come pure una corretta impostazione mentale. Considerare la varietà di culture e religioni su uno stesso territorio come un problema, credo che sia assolutamente fuorviante e pericoloso. La diversità è ricchezza, è possibilità di confronto e, quindi, di crescita. Ma il fenomeno va gestito. Esso implica consapevolezza, assunzione di responsabilità, lungimiranza e non può prescindere da un percorso informativo e formativo valido.
Ritengo quindi che sia necessario partire dalle scuole, il luogo per eccellenza deputato alla formazione e alla conoscenza. Innanzitutto, bisogna riconoscere che la società è andata più avanti delle scuole stesse, perché essa presenta una sempre maggiore pluralità di fedi, mentre a scuola si insegna una sola religione. Siccome l’esperienza ci insegna che ciò che non si conosce, lo si teme e si cerca di emarginarlo, riteniamo fondamentale che siano organizzati corsi che facciano conoscere agli studenti le varie forme di pensiero religioso e laico, per costruire il futuro su basi di maggiore consapevolezza.
La non conoscenza delle altre religioni può costituire una carenza grave nella preparazione dello studente. Per questo motivo, a diversi livelli si è avviato un dibattito, talvolta anche vivace, per chiedere di istituire un corso curricolari, non facoltativo quindi, i cui connotati sono ancora da definire: sarà un insegnamento “della” religione o “sulla” religione? Sarà un corso di “Storia delle religioni” o di “Religioni nella storia”? Lo studente non può comprendere completamente l’arte, la letteratura, la storia se non conosce anche l’influsso che la religione ha avuto su una data società. Si rivela perciò insufficiente un modello “catechistico” di istruzione religiosa ed è necessario affiancargli altre forme di insegnamento che vedano “il religioso come oggetto di cultura” e non “di culto”, per dirla con Régis Debray.
Fondamentale è anche il tema di chi si debba incaricare di tale insegnamento: i rappresentati ufficiali delle religioni stesse, oppure docenti che abbiano seguito corsi di laurea in scienze religiose presso le università statali?
Occorre liberarsi da atteggiamenti ispirati a paura, chiusura, rifiuto dell’altro, come anche da ogni forma di aggressione, seppure verbale. Non bisogna cadere nelle maglie dell’indifferenza, perché questo può provocare solo tensioni, e neppure nella creazione di ghetti, perché portano le persone in essi segregate a non riuscire a integrarsi mai. Altrettanto pericolosa è l’assimilazione forzata che porta le persone a tagliare completamente i ponti con le proprie origini e, infine, non bisogna cadere nella logica della reciprocità: ti do solo quello che ricevo nel tuo paese di origine. Se da una parte occorre evitare gli errori, dall’altra è necessario attuare una serie di iniziative che favoriscano il dialogo, l’intercultura, l’accettazione del diverso, la manifestazione di un amore sincero.
Anche le chiese possono dare un contributo culturale e pratico alla soluzione dei problemi. Esse talvolta costituiscono l’unico punto di continuità con la terra d’origine e, più di altre istituzioni, possono comprendere la concretezza del vissuto e aiutare a rispondere alla richiesta di individui e gruppi pronti a rivendicare il riconoscimento della propria identità. Le chiese costituiscono quindi un punto di riferimento culturale e sociale forte e contribuiscono a tenere vivo il senso di appartenenza che permette ai fedeli di essere meno soggetti a esperienze di disgregazione sociale e di perdita di valori guida. Le chiese possono fungere da mediatori culturali e offrire un rifugio in una società non sempre inclusiva.
Se istituzioni pubbliche, media e religioni trovassero una piattaforma comune per dialogare e mettere in essere attività sinergiche per creare un clima dialogante, la società non potrebbe non averne un giovamento e i giovani crescerebbero in un ambiente più sicuro e accogliente.
Giampiero Vassallo autore di “Religione e Scuola Pubblica nel Canton Ticino”, in preparazione per la tesi del Master in Scienza Filosofia Teologia delle Religioni presso la Facoltà Cattolica di Lugano.
Varie
L’Associazione Biblica della svizzera Italiana con i contributi dell’Ufficio Studi Universitari del DECS cantonale e della Chiesa cristiana avventista ha riproposto, dieci anni dopo il convegno “Leggere la Bibbia oggi”, una lettura della Bibbia accostata ai grandi capolavori della letteratura.
Nelle riflessioni proposte da vari studiosi e docenti universitari, la Bibbia è stata presentata come una “casa”, la nostra casa. La Bibbia inizia con la lettera bet (bereshit barà eloim… in principio Dio creò). In ebraico bet è la forma costrutta della parola bait che vuol dire casa: la stessa Bibbia dunque si rivela prima di tutto come casa da abitare, da conoscere nelle diverse stanze, da arredare con le nostre note, le nostre domande. Come farla diventare casa da abitare per fare casa con Dio e per sentirsi a casa nella cultura occidentale sorta nella Bibbia? Forse anche di questo si è occupato un convegno che tematizza la lettura della Bibbia e il rapporto con la cultura umanistica.
Nella prima sessione “Letture dalla Bibbia alla cultura contemporanea: analisi, interpretazioni, prospettive storiche”, quattro diversi e competenti studiosi, si sono alternati nell’interpretare quattro brani della Scrittura, due tratti dall’Antico e due dal Nuovo Testamento, coadiuvati dalla pastora e teologa battista Lidia Maggi.
Elena Lea Bartolini De Angeli (docente di giudaismo) e Gionantonio Borgonovo (docente di Antico Testamento) hanno presentato la loro lettura di alcuni passi della Scrittura in rapporto con la propria esistenza (dal libro della Genesi e dal libro di Giobbe) ponendosi al servizio del testo e comunicando con rigore scientifico e passione umanistica.
Degni di nota gli interventi di Marinella Perroni, Presidente del Coordinamento Teologhe Italiane (CTI) e Jean-Claude Verrecchia Presidente del Comitato di Revisione della Versione francese della Bibbia Louis Segond. La Perroni rileggendo il testo evangelico su Marta e Maria ha sottolineato il ruolo della Bibbia al centro della vita ecclesiale e quello degli esegeti che dovrebbero avere un peso maggiore nella “restaurazione dogmatica”. Verrecchia rileggendo il testo evangelico del cieco Bartimeo ha invece sottolineato il fatto che il testo scritto è morto e sta a noi farlo vivere. Di qui il ruolo attivo del lettore, di portare a termine il processo di ispirazione affinché il testo biblico risulti formulato per qualcuno capace di attualizzarlo.
Nella seconda sessione “Per leggere la Bibbia nella cultura occidentale. Dal (giovane) ricco al Francesco d’Assisi dantesco, da Gesù e Nicodemo alla Ginestra leopardiana” Renzo Petraglio (docente di greco), Emilio Pasquini (docente di letteratura) e Lucio Felici (presidente del Comitato Scientifico del Centro Studi Leopardiani di Recanati), coadiuvati da Fernando Lepori (docente di letteratura italiana) e dall’attrice Paola Pitagora, hanno sottoposto all’attenzione dell’opinione pubblica la centralità culturale tout court della Scrittura quale patrimonio di tutti, al di fuori delle distinzioni tra chi prende parte alla vicenda delle realtà religiose storicamente configurate e chi cerca di essere un individuo sociale e pensante al di fuori di esse.
Introduzione e conclusione, a cura del Presidente dell’absi, hanno offerto alcune riflessioni che dall’esegesi all’ermeneutica biblica arrivano alla quotidianità delle donne e degli uomini del nostro tempo e alle modalità concrete per far entrare la Bibbia nell’esperienza culturale normale non solo di chi non ha mai frequentato simili convegni, ma anche di quanti spesso credono di praticarli da tempo affinché si faccino sempre più conoscitori e divulgatori della parola scritturistica.
Dopo tante spiegazioni e suggerimenti , semplici e coinvolgenti, un invito a lasciarsi destabilizzare. Bisogna anche sapersi togliere gli occhiali dei tanti filtri culturali che abbiamo, e imparare a confrontarsi con il testo così com’è e come può risuonare nella tua vita personale. Non guastano certo nella comprensione del testo biblico cultura umanistica e strumenti scientifici, ma bisogna anche avere la capacità di sgombrare il campo e riuscire a incontrare direttamente il testo biblico nella sua forza e nella sua freschezza. Non sono mancati a quest’ultimo proposito esempi concreti che sono stati proposti alla nostra attenzione e che dimostrano che il confine tra autore e lettore della Bibbia tende, spesso, a dissolversi. Perché ciò che è scritto davanti a te può entrarti dentro e cambiarti profondamente. E’ successo e succederà ancora.
Mi pare che in questo convegno a più voci, di cui vi ho dato una rapida quanto incompleta sintesi, emerga un dato che finisce con l’accomunare un po’ tutti i nostri relatori: una grande passione per le storie bibliche. Ed è proprio in quelle storie che Dio ha parlato e continua a parlare all’umanità e quindi alle chiese. E’ la realtà stessa, concreta di Dio che attraverso il racconto biblico entra nel vivo della nostra quotidianità per interrogarla e convertirla. Per dare un nutrimento solido ala nostra fede abbiamo bisogno di un rinnovato incontro con il testo biblico. E non soltanto nell’ascolto dei sermoni o delle omelie domenicali, bensì nel confronto personale e profondo con le pagine della Scrittura.
Questa Parola può orientare la nostra vita personale e collettiva e ridarle senso e speranza, oltre a una buona carica di fiducia. Nel confronto con la Parola saremo in grado non solo di provare emozioni profonde ma saremo spinti verso concrete azioni di misericordia, giustizia e condivisione.
Sicché licenziando questo convegno ci auguriamo che la lettura di questi interventi si traduca in uno stimolo e nutrimento per tutte le chiese cristiane. E che possano tornare, là dove operano, a essere “sale della terra”.
Questo è il nostro augurio sincero nella speranza che davanti ai nostri occhi si apra la vastità dell’orizzonte biblico. La nostra attiva partecipazione nel far conoscere la Bibbia muove dalla convinzione che l’incontro con quelle antiche pagine sia per ogni persona un appuntamento da non mancare. La Bibbia racchiude, infatti, la grande speranza dell’umanità. Il tesoro che merita acquistare, la casa da abitare.
Storia della Chiesa Cristiana Avventista
ASA - Ricercare il bene della città
L'Azione Sociale Avventista (ASA) desidera con modestia, tramite volontari, prestare servizio nell'ambito dell'azione sociale delle nostre città, nei suoi settori di competenza.
Non si tratta di un mio suggerimento, bensì quello del Signore, nel libro del profeta Geremia, capitolo 29 : versetto 7. Ed Egli aggiunge, sempre riguardo alla città: "e pregate per lei"!
Ecco un'interessante esortazione di Dio che merita un po' di attenzione.
Le nostre chiese si trovano al centro delle nostre città e di conseguenza siamo anche noi NELLA città. Ma ciò che conta è il sapere se siamo CON lei. Ossia se, in quanto chiesa, condividiamo gli
eventi che vi si svolgono, se partecipiamo al loro sviluppo, se rispondiamo ai suoi bisogni o a quelli dei nostri contemporanei.
Fate il seguente test: chiedete nei pressi della vostra comunità dove si trova la chiesa avventista. Scoprirete con stupore l'ignoranza delle persone a chi lo avrete chiesto. Dove siamo?
Eppure, ne siamo coscenti, i bisogni sono grandi: 1 milione di poveri in Svizzera; oltre 200'000 fuochi sono dei "working poor"; 1/3 degli assicurati non sono in grado di pagare i premi della cassa
malati; un pensionato su 5 vive al di sotto della soglia della povertà!
Di fronte a ciò, lo Stato e le varie associazioni di aiuto sociale sono spesso sconcertate. Cosa possiamo fare per aiutarle, dal punto di vista di un impegno cristiano, ma altresì semplicemente come
cittadini?
L'Azione Sociale Avventista (ASA), desidera con modestia, tramite volontari, prestare servizio nell'ambito dell'azione sociale delle nostre città, nei suoi settori di competenza. A questo scopo, come
ben già sapete, stiamo presentando regolarmente l'associazione ASA nelle vostre chiese.
Abbiamo bisogno di voi, del vostro tempo, delle vostre capacità, della vostra volontà di contribuire al bene di coloro che si trovano nel bisogno. Abbiamo bisogno della vostra volontà di cambiare
qualcosa nella vostra città.
La fine dell'esortazione di Geremia al Signore merita la nostra attenzione: "Ricercate il bene della città, ....pregate per lei, ....poiché la vostra felicità dipende dalla sua"!
Denis Rosat
